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Isola che vogliamo 2015: “Il cuore oltre l’ostacolo ci è andato?” Pensieri, dopo il bilancio personale di Pasquale Vadalà

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Piazza Fontana

Fino all’ultimo atto. Saremo arrivati all’1.30 di oggi, 13 agosto, quando è finito il bilancio di Pasquale Vadalà a Palazzo Galeota su questi anni di Isola Che Vogliamo. A solleticare il suo sarcasmo analitico, le domande di Luigi Pignatale. Ha messo insieme alcune riflessioni ed ha confermato di aver lasciato il coordinamento delle attività culturali in città vecchia a Taranto, in occasione di questa manifestazione estiva.

Luigi Pignatale e Pasquale Vadalà a Palazzo Galeota il 13 agosto ormai, atto finale dell'Isola che vogliamo del 12 agosto, alle prese con l'assenza imprevista di corrente elettrica.

Luigi Pignatale e Pasquale Vadalà a Palazzo Galeota il 13 agosto ormai, atto finale dell’Isola che vogliamo del 12 agosto, alle prese con l’assenza imprevista di corrente elettrica.

Tanti ricordi. Uno fra tutti, l’intuizione di Lucio Dione, scomparso prima di vedere la realizzazione del suo sogno. Ricordando le iniziative curate in questi anni, dopo il primo momento di programmazione del 2011, ha mostrato alcune immagini della vita nell’isola tra un evento e l’altro, ed alcuni incontri preparatori, includendo, sorprendentemente perfino una vecchia foto di quattro chiacchiere tra me, lui ed Antonio Crispino sulla condizione sociale locale, qualche anno fa.

Con mia sorpresa, mi sono ritrovata in una carrellata di foto. Era un caffè con Antonio Crispino e Pasquale Vadalà.

Con mia sorpresa, mi sono ritrovata in una carrellata di foto. Era un caffè con Antonio Crispino e Pasquale Vadalà.

In circa un’ora e mezza, ha provato ad evidenziare il punto di forza, la grande forza racchiusa nella voglia di rinascita, ed il punto di debolezza, lo spostamento del riflettore verso alcuni contenuti e non verso le ferite del contenitore. Si chiede, Pasquale, come sia possibile andare avanti, se gli stessi vicoli sono puntellati, se i problemi infrastrutturali sono gli stessi, se i palazzi continuano ad essere saccheggiati o murati, se le persone del posto continuano a non essere in modo organico coinvolte e restano, nella loro amara povertà, spettatori di colonizzazione periodica della loro casa a lungo abbandonata. Io stessa, mi sono sempre augurata, tante volte, perfino in occasione dei Riti della Settimana Santa, di riuscire a vedere un giorno quelle braci e friggitorie spontanee inserite nella vita e nella proposta e non lasciate al buco nero dell’abusivismo non autorizzato. Succede in altri paesi della provincia, della Puglia, perché a Taranto non si può fare?

Piazza Monteoliveto, Santa Andrea degli Armeni

Piazza Monteoliveto, Santa Andrea degli Armeni

Palazzo Ulmo, 5 agosto

Palazzo Ulmo, 5 agosto

Fa soffrire vedere la fatica di tante progettualità costanti – Sant’Andrea degli Armeni e Domus Armenorum, Palazzo Ulmo, Nobilissima Taranto, A Puteje, Taranto Centro Storico, Iperuranio e qualcosa mi sarà sfuggito sicuramente – fare le loro attività dovendosi comunque rapportare a resistenze interne. Chiaramente, se poi a questo si aggiunge una svista su un amplificatore fuori posto ed un inquinamento acustico in osmosi tra postazioni vicine, il problema è altro.

Santa Maria dell Scala

Santa Maria dell Scala

E, dunque, emerge il bisogno di strutturare ed armonizzare, sempre di più, un enorme potenziale, decidendo se iniziare a studiare come e se far girare l’economia e non accontentarsi della normale frequentazione delle persone del posto. Il cuore oltre l’ostacolo non ci è andato, dice Pasquale. Io non lo so se non ci è andato in tutti i casi. Forse, alcune volte si, però ha trovato tante, tantissime barriere e poche sponde stabili. Io me lo chiedo, spesso, perché ci credo ancora? Alla possibilità di rinascita?

Obiettivo Borgo Antico

Obiettivo Borgo Antico

E beh, la risposta può essere solo irrazionale: non lo so, ma devo crederci, perchè l’alternativa sarebbe un peggiore imbarbarimento delle prospettive e della speranza, osservando un borgo sempre più frustrato ed un Palazzo degli Uffici, dove c’era il mio Liceo Classico Archita, sempre più trasandato. La vita, qui, è un eterno chiaroscuro, con luce e opacità in aumento. La luce deve diventare più luminosa, deve.

5 thoughts on “Isola che vogliamo 2015: “Il cuore oltre l’ostacolo ci è andato?” Pensieri, dopo il bilancio personale di Pasquale Vadalà

  1. Molto interessante. Condivido l’analisi che viene fuori da questo articolo ma è la realtà che ho visto ieri a confermarla: bassissima partecipazione, offerta culturale (e culinaria) di basso livello, luoghi di visita chiusi o scarsamente accessibili. Anche gli abitanti e i venditori abusivi di Taranto Vecchia sembravano aver snobbato l’evento. Tutto ciò faceva risaltare ancor di più l’impressione di decadenza e di abbandono della nostra martoriata Città vecchia.

  2. Il sarcasmo e le virtù provocatorie di Pasquale Vadalà sono impareggiabili e molto divertenti però una certa opinione che veniva fuori dalle sue parole sugli abitanti della Città vecchia e sulla relazione da avere con loro stonano con quanto leggo qui, anche se devo ammettere di aver seguito pochi minuti di dibattito e forse qualcosa prima e dopo mi è sfuggito. Ma ne approfitto comunque per avere dei chiarimenti e esprimere un mio punto di vista. Ciò che penso è che se c’è davvero la volontà di coinvolgere gli abitanti, questo non può essere fatto auspicando una repentina metamorfosi antropologica e culturale degli stessi (per la quale ci vorrebbero anni e soprattutto politiche sociali diverse e mirate, collegate alla casa, al lavoro, al rispetto dell’obbligo scolastico, alla qualità dei servizi ecc.) ma piuttosto cercando e valorizzando un riconoscimento e interesse reciproci dei soggetti in causa. Nelle prime due edizioni dell’Isola forse involontariamente questa felice sinergia secondo me si era creata e la convivenza di musica o teatro con la signora che preparava i panzerotti o con il tarantino che apriva la propria casa non disturbava, anzi sembrava un valore aggiunto che faceva apparire l’Isola che Vogliamo qualcosa di più interessante di una sagra o di una notte bianca salentina. Poi però secondo me la logica colonizzatrice ha prevalso, sono entrati in campo personaggi politici ed interessi economici indifferenti alla storia e alla composizione sociale dell’Isola e quella “magia” – anche credo a causa della presenza della malavita – si è spezzata. Quel che voglio dire è che un vero progetto lungimirante sulla Città vecchia non può passare solo attraverso il coinvolgimento di grandi artisti – anche se qualcosa di più sull’offerta culturale e musicale si potrebbe fare soprattutto per attirare turisti da fuori – nè tanto meno attraverso la militarizzazione del territorio per 4 giorni l’anno, non possono inseguire le amministrazioni locali che sono parte rilevante del problema o corteggiare sponsor che mai avranno una visione di lungo periodo e un’interesse sociale del loro investimento: occorre piuttosto unire all’idea di “Isola che vogliamo” quella di “Isolani che vogliamo”. Cioè il progetto di recupero della Città vecchia non può essere slegato a quello di recupero dei suoi abitanti, affiancandoli e dando spessore, con i vostri strumenti della cultura, nella loro lotta contro l’ emarginazione, la miseria, il degrado e la malavita all’interno del quartiere in cui vivono. Quindi compagni di viaggio verso lo stesso obbiettivo: recuperare alla civiltà il borgo antico. E non quindi controparte o problema. Non ci deve essere secondo me un NOI e un LORO, non si dovrebbe come mi è parso venisse fuori dall’intervento di Vadalà, ripeto forse sbagliando, evidenziare solo la problematicità e l’alterità verso gli abitanti della Città vecchia. Superare questa posizione non per solidarietà o peggio compassione ma perché solo dall’unione tra gli abitanti e l’intelighenzia sincera di questa città si può affrontare una questione che la classe politica ed economica dominante non ha affatto interesse ad affrontare e risolvere da almeno un secolo. Un punto a favore delle prime edizioni dell’Isola che Vogliamo era che l’iniziativa trasmetteva un’idealità politica, un’ambizione storica. Ora invece sembra,con tutto il rispetto per l’impegno generoso e disinteressato degli organizzatori, un’operazione fatta male di divertentismo estivo con pochi mezzi, poche idee e molto interesse personale.

    • Le parole di Pasquale si uniscono alla mia osservazione. Forse, hai notato entrambe le visioni? Lui è radicalmente scettico ora. Io voglio sperare una possibilità ci sia senza però ignorare qualche neo.

    • Già nel 2013, in risposta alle risibili dichiarazioni delle autorità (‘tolleranza zero’, ‘ordine pubblico assicurato’) avevo pubblicato un articolo, sullo stesso ‘quotidiano’ che oggi si sente di affermare come solo da quest’anno cultura e civismo appartengano davvero alla manifestazione, in cui, oltre a dar conto di come naturalmente ogni abusivismo e disordine fosse proseguito come sempre, mi auguravo tutta questa splendida sinistra che abbiamo al governo cittadino, provinciale e regionale e nazionale, tanto sensibile al povero migrante da recargli le brioches, avrebbe approfittato dell’occasione dell’emersione massiccia di tale fenomeno spontaneo di ristorazione per traghettarlo fuori dal medioevo cui sembrava appartenere. E, mediante qualche accorta opera di cooperativismo e autorizzazione e piccolo credito costruire un viatico praticabile ad un problema enorme come l’emarginazione e la povertà. Un piccolo grande passo verso lo sviluppo ed il recupero al mondo di un contesto che è più isolato che isolano. Ovviamente non ne è seguito nulla e la montagna ha partorito il topolino. Con questo non voglio nulla togliere ai meriti, che ho avantieri comunque ricordato, dei miei compagni di avventure, Santacroce, Iurlano, Sebastio e altri. I quali, a differenza delle orride amministrazioni e pubbliche baracche cui devono giocoforza accostarsi, hanno anche mostrato di aver abbondantemente assorbito la lezione quinquennale di liberalismo, tanto da aver accettato e proposto un incontro pubblico in cui era evidente l’intento polemico, perché altrettanto evidentemente non sterile. Ringrazio Francesca per la sua attenzione ed il suo articolo. Quella foto resta una bella testimonianza dell’utilità dell’interscambio con l’esterno che a mio parere una manifestazione un tempo così enorme doveva prefiggersi, fra gli altri. Incontri come quelli hanno fruttato inchieste come queste:

      http://www.corriere.it/inchieste/o-fabbrica-o-morte-destino-citta-che-vive-l-ilva/89dcdfb0-00e3-11e2-821a-b818e71d5e27.shtml

      http://www.corriere.it/inchieste/a-taranto-vita-impossibile-veleni-ilva-/86ea73ec-07e8-11e2-9bec-802f4a925381.shtml
      http://www.corriere.it/inchieste/cosi-16-anni-sono-diventato-pusher-6mila-euro-mese/38f3a7c2-2a60-11e2-9b66-000110c153a4.shtml

      Le primissime realizzate sull’ilva del post sequestro. Che senza me e l’Isola non ci sarebbero mai state. Come importante resta la testimonianza del cortesissimo Mario Galli, il quale già 2 anni fa ammoniva sul cambiamento del mercato delle materie prime e dell’acciaio, in un senso che avrebbe quasi certamente messo definitivamente fuori mercato il siderurgico nostrano. Sempre presso l’isola che vogliamo.
      Simili presenze, se ben comunicate, avrebbero nel tempo anche reso la manifestazione attraente per eventuali turisti, di cui abbiamo tanto più bisogno quanto meno l’acciaio si vende.. ma tant’è…
      Concordo sul fatto che, paradossalmente, la maggior calma e minor ‘luccichio’ determinato dalla fine, per me indesiderabile, della dimensione più ludica e ‘discotecara’ (che andava solo molto meglio razionalizzata, dopo l’orgia spontanea dei primi 2 anni di santa follia, quella vera non quella di plastica dei santini), acuisce oggi lo spettacolo dell’abbandono e del degrado, inalterato ieri come oggi, che la politica a mio giudizio perversamente cavalca.
      Direi che il cuore l’ostacolo l’ha superato, ma il corpo no. Quindi oggi abbiamo un corpo senza cuore ed un cuore senza corpo, ambedue di dubbia utilità.
      Saluti e grazie dell’attenzione. La ‘guerra’ continuerà, ma in altri modi. Almeno per me.

      PV

  3. Ho letto il bell’articolo di F. Rana e i successivi commenti, notando con inatteso piacere che erano tutti improntati a un atteggiamento positivamente critico e propositivo; quasi tutte le sere, quando ho potuto, ho fatto il mio giro per l’Isola, rientrandone ogni sera con un senso accentuato, via via sempre più, di delusione, sfiducia, insoddisfazione.
    Che dire? Mi sembra che non ci sia possibilità alcuna di un cambiamento radicale e veloce, perché la classe politica attuale, anche più di quelle che l’hanno preceduta, appare del tutto indifferente e la popolazione non cambia per miracolo da un giorno all’altro, né i mali di Taranto Vecchia sono così tanto diversi da quelli dell’intera città (cosa che pochi sottolineano).
    Bisogna, dunque accettare l’idea dei tempi lunghi e investire nell’educazione dei cittadini. Occorre altresi dotarsi di una progettualità partecipata da tutte le forze vive, che tenga conto che il Centro storico è, per la sua unicità, una delle poche risorse vere di questa città.

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