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La Memoria dei Vinti, sopravvissuti nella resilienza e nel proprio riscatto di persone, nel libro di Maristella Massari

Una foto di Marco Stefano Vitiello sullo sfondo durante le dediche ai lettori, alla Libreria Mandese di via D'Aquino a Taranto. Il mio notebook ed il libro sulla tastiera.

Una foto di Marco Stefano Vitiello sullo sfondo durante le dediche ai lettori, alla Libreria Mandese di via D’Aquino a Taranto. Il mio notebook ed il libro sulla tastiera.

Imparerà presto a guardare in faccia il terrore ma non gli darà mai del tu”. Questa frase mi ricorda chi l’ha pensata e caratterizza, secondo me, lo stile di questo ed altri dieci racconti del suo libro, il suo primo libro. Maristella Massari è molto più di una collega, è una collegamica. Il destino ci ha fatto incrociare circa 17 anni fa, sul campo, e ritrovo il suo modo di esporre e narrare le storie, portando la semplicità del linguaggio e della vita nella complessità della storia. Siamo in fondo persone, in ogni momento, perfino quando senza saperlo stiamo entrando in un libro di storia della Grande Guerra o della Seconda Guerra Mondiale. La citazione si trova a pagina 14 del libro, di Mandese Editore, intitolato “La memoria dei vinti”, quando si parla del soldato di fanteria del 15/18, Vincenzo Antonucci, nel racconto “La Paura della Neve”. Il primo di 10 capitoli, letti tutto d’un fiato in un pomeriggio libero, sui ricordi di chi rappresenta chi ha perso, se guardiamo gli eventi con lo sguardo rigoroso della storiografia, chi ha vinto la battaglia dell’esistenza e della sopravvivenza se spostiamo l’attenzione sul valore umano personale e sulle scelte di fronte alle quali ognuno può trovarsi, quando si può decidere, davanti ad un bivio, tra il bene ed il male, ad esempio. Tenendo ben presente il periodo storico, le sue regole, i suoi valori. Riflettendo sui pensieri di chi spesso si è sentito pedina di un ingranaggio, del quale faceva a fatica a capire le chiavi di decifrazione. Pagina dopo pagina, l’osmosi del confronto tra cronista ed intervistati fa emergere le valutazioni storiche sugli errori della Grande Guerra e del Fascismo e la sua “start up per la conquista della terra, per l’espansione coloniale ad est”, una terminologia degna di un nerd digitale capace di creare uno stargate ( e qui mi diverto pure io) tra gli occhi dei nonni ed il mondo dei nipotini, nel capitolo intitolato “La medaglia sulla pelle”, dedicato al carabiniere reale del secondo conflitto mondiale, Giovanni Cervellera, internato a Mitrovica dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943. Mi intenerisce pensare al parallelismo tra le piccole vicende personali evocate nel racconto su Ercole Palermo “Il soldato con i gradi da sergente”, ed i “mattoncini delle costruzioni dei bambini, uno sopra l’altro, guardate da lontano, lasciate decantare nel catino del tempo (…)”. I suoi figli ci sono, nel libro, nella mente, nelle speranze, nell’associazione di idee, nella dedica “A Federica, Marco e Francesco, che possano tessere con amore il filo della memoria, perché dipanandolo, ovunque li porterà la vita, ritroveranno sempre la strada di casa”.

La storia di Cefalonia, lo confesso, mi ha sempre affascinata e custodisco il desiderio di andarci molto presto, di persona. Ricordo, tra l’altro, il bel film “Il mandolino del Capitano Corelli”. Letteratura e cinema, arti e musica, possono essere infatti forme di narrazione storica al di la dei saggi e dei volumi ufficiali.

Il VI capitolo è dedicato a “Taranto-Cefalonia, Andata e ritorno” ed alla medaglia molto tardiva a Francesco Zizzari, marinaio tarantino, della così definita “Resistenza militare con le stellette”, degli italiani lasciati soli a fare la scelta, la scelta giusta, secondo me, secondo molti. I miei brevi cenni sui racconti di resilienza, racchiusi in questo libro, terminano qui con l’augurio di buona lettura a chi vorrà approfondire.