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C’era una volta Ale, il Guerriero Buono. Lui, voleva solo respirare

Ale, nel giorno del suo onomastico

Ale, nel giorno del suo onomastico

Ieri, d’istinto, pensavo alla storia di Alessandro Rebuzzi. Furono la sua mamma Loredana ed il suo papà Aurelio Rebuzzi a raccontarmela. Oggi, qualcuno, di sua spontanea volontà – non so chi fosse – ha trovato questo frammento di una foto di un mio articolo, condiviso su Facebook nel 2013, ha mandato un saluto ad Alessandro come se potesse leggerlo, e mi ha fatto pensare. Un tempo, qualche coincidenza del genere l’avremmo definita un “segno”. Proprio quando molti di noi apprendono sbalorditi della scelta governativa di non considerare il danno sanitario nell’ultimo decreto salva #Ilva, Ale torna in circolazione. Altri hanno visto questa foto. Allora ho pensato di divulgare in questo post il pezzo pubblicato il 1° settembre del 2013. Non cambio nulla. lo leggerete esattamente com’era:

1° settembre 2013, Nuovo Quotidiano di Puglia, edizione di Taranto

1° settembre 2013, Nuovo Quotidiano di Puglia, edizione di Taranto

 

 

Bene, bene”. Forse, Alessandro Rebuzzi avrebbe risposto così a chi sta organizzando il primo memorial in suo ricordo. Un triangolare nel campo sportivo di Roccaforzata, domani mattina dalle 9.30. Un momento di gioia e sport, il suo amato calcio, alla vigilia dell’anniversario della sua scomparsa: il 2 settembre 2012, quando aveva 16 anni e le complicazioni di una fibrosi cistica lo strapparono alla vita. A quella terrena, se siete credenti. Parlare di Alessandro con Papà Aurelio e Mamma Loredana ti tocca il cuore, se ce l’hai, e batte, e pulsa. Perchè loro vivono solo con uno scopo: ricordare la sua voglia di vivere e la sua battaglia personale. Parlare di loro, significa parlare di questa battaglia, rispettarla, e raccontarla. Altrimenti, si farebbe esattamente quanto fece una trasmissione televisiva nazionale, mesi fa, facendosi aprire la cappella fiorita del nuovo cimitero di Talsano, filmandola e profanando moralmente la storia di questo “guerriero buono”, non riportandola fedelmente. Alessandro, seminava pensieri, tra foglietti reali o foglietti virtuali di Facebook. Uno fra tanti, è tra i preferiti dei suoi genitori: “Voglio respirare ad occhi chiusi e trovare una luce nel buio cercando di intravedere sempre quel sassolino che mi può aiutare a scalare la montagna della vita”. Chiunque fosse stato il responsabile dell’aria inquinata, scientificamente all’origine, secondo i suoi medici di Verona e Cerignola, delle sue infezioni continue, un fatto è certo: Alessandro chiedeva solo di respirare aria pulita, ossigeno sano. A febbraio 2012, lo urlava tra i giovani manifestanti, vicino al tribunale. Erano i giorni dell’incidente probatorio: «Sono un papà orfano di un angioletto – racconta il signor Aurelio – non sapevamo di essere portatori sani di fibrosi cistica. Una malattia genetica polmonare. Lo scoprimmo nei primi giorni di vita di Alessandro. Ebbe un blocco intestinale, il secondo giorno dopo la nascita. L’operazione al Giovanni XXIII di Bari durò 11 ore. E da allora ci guardò con il sorriso di chi voleva vivere». Dal 2010, le condizioni di Alessandro si sono aggravate. In altre zone d’Italia, la qualità della vita era differente. Invece, lui, passava da una infezione ai polmoni all’altra, da un ricovero all’altro: «Altri bambini, sono vivi perchè respirano aria pulita. Lui non è riuscito ad arrivare in tempo al trapianto. Ha affrontato tanti momenti difficili. Però, io non ce l’ho con Dio». E dichiara una frase enigmatica e misteriosa: «Mio figlio, lo portò via chi non ha fatto il suo dovere». Saranno tre le squadre pronte a sfidarsi il 1° settembre: Taranto f.c; A.s. Martina Franca; Nuova Taras. Era un tifoso della Juventus ed Alex del Piero gli mandò due magliette l’anno scorso. Arrivarono ad agosto. Prima del suo onomastico. Pochi giorni dopo, morì. Una maglietta è a casa. L’altra è nel sarcofago. «”Per me, chi butta la propria vita non merita di essere ricordato”. O “Prendi in pugno la tua vita e fanne un capolavoro”. Lo diceva sempre Alessandro – ricorda il padre – inaugureremo un’associazione a lui intitolata il 6 maggio 2014, giorno del suo compleanno, forse all’università. E poi pensiamo di creare una fondazione». Gli ultimi tempi, sempre col cortisone e broncodilatatore. Eppure, era Alessandro a dare forza alla famiglia, a crederci, ad incoraggiarli, addirittura a preoccuparsi se i genitori prendevano troppi calmanti. Superò pure i rischi di una seticemia dopo l’ennesima infezione, l’ennesimo blocco intestinale. E se ci fosse stato il trapianto…Già se. Pochi giorni prima di morire, disse ai genitori: «Ho perso la battaglia. Non ce la farò a fare il trapianto. Sto morendo». Ora, riposa tra orchidee ed anthurium, lontano dai fumi, in un giardino dove Aurelio e Loredana parlano con il figlio e lo ricordano: «Sognava una Taranto verde. Sentiva parlare dei bambini dei Tamburi, ricoverati fino a 12 volte in un anno se vivevano vicino alle fabbriche, molto meno se vivevano lontano. Noi, la mattina, nei pressi dell’Istituto Pacinotti, dove lui studiava Informatica, trovavamo le polveri di minerale. L’ultimo anno frequentava il secondo superiore. Si assentava perchè doveva essere ricoverato. E quando stava bene si faceva interrogare ed aveva ottimi voti. Venne rimandato in tutte le materie solo perchè era costretto ad assentarsi. Era felice di poter studiare. Lo faceva in ospedale. Era orgoglioso di farlo». Venti ricoveri e venti viaggi: «Quando potrò seguirlo, spero di potergli dire “Taranto non è più una città inquinata. Hai vinto la tua battaglia e nessun altro ragazzo morirà mai più». Questa, è la storia di Alessandro Rebuzzi, il guerriero buono. Lui, voleva solo respirare.

Guai a toccarli la sua squadra del cuore

Guai a toccargli la sua squadra del cuore