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Magazzino 18, da spettatrice, al TaTA’ di Taranto, commossa insieme agli esuli di Istria, Fiume, Dalmazia

No Dimenitchemo…….

 

La Banca d’Italia dove venivano accolti gli esuli dell’esodo, nella città vecchia di Taranto http://www.scuolagalilei.gov.it/wp/la-scuola/plessi/

 

Non c’è limite alla possibilità di emozionare ed emozionarsi. Mi è successo il 20 marzo, assistendo a “Magazzino 18” insieme agli esuli di Istria, Fiume, Dalmazia, terre cedute alla Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale. Terre degli italiani dell’esodo, alcuni arrivati a Taranto e accolti con disagio in edifici, campi, all’ex Banca d’Italia del Borgo Antico, dove oggi c’è una scuola e si è persa traccia e memoria storica di quel passaggio. Oggi, a quella memoria si aggrappano i discendenti e chi c’era, grazie ad un rinnovato sentimento, al motto di “No dimentichemo”. In basso, estratti dei miei articoli, pubblicati su Nuovo Quotidiano di Puglia il 22 marzo 2014, esaudendo il desiderio di alcuni esuli.

Simone Cristicchi in

Simone Cristicchi in “Magazzino 18”, TaTA’ di Taranto. Foto Studio Renato Ingenito, by Angelo Ingenito (http://www.fotografiaingenito.it/)

Assistere a “Magazzino 18”, insieme ad esuli e discendenti di Istria, Fiume e Dalmazia ha trasformato la messa in scena al “TaTA” del 20 marzo in una esperienza emotivamente toccante. Simone Cristicchi, interprete e co-autore insieme ad Antonio Calenda, è tornato con un altro dramma musicale. Nella sala, piena e partecipe, ha trovato ad accoglierlo chi quel periodo buio l’aveva vissuto. La “Storia”, sotto il profilo dell’ideologia, crea divisioni e pregiudizi e, solo precauzionalmente, era stato disposto un presidio delle forze dell’ordine, dopo le minacce ricevute in alcune tappe italiane e le offese sui manifesti del 18 febbraio a Taranto. Il cantattore fa ingresso sulla ribalta dopo il prologo di un video girato nel Porto Vecchio di Trieste, dove quel magazzino custodisce duemila metricubi di masserizie, di tantissimi di quei 350.000 esuli, “esistenze scappate dalla bora”. L’archivista romano “Persichetti” rappresenta un po’ se stesso, quando si è imbattuto in questa storia senza conoscerla, ed un po’ una sintesi dell’italiano medio. Entrato sornione e leggero in un magazzino pieno di mobili, ridendo di fronte al nome “Giuliano Dalmata”, pensando fosse un signore proprietario di un armadio o una sedia. Uscito considerando quei mobili “soggetti” e non più oggetti. Con il senso di vergogna di chi non sapeva nulla di quella tragedia italiana ed il bisogno di rispondere alla lettera di Federica Biasol (voce fuori campo di Maria Grazia Plos), alla ricerca di notizie sugli oggetti del padre, istriano, dopo 60 anni, con la sua macchina da scrivere: “A nome e per conto del Ministero degli Interni, la preghiamo di accettare le nostre più sentite scuse”. Dall’ignoranza alla conoscenza, si passa attraverso il fantasma delle masserizie e le storie di chi, quando quelle regioni cessarono di essere Italia e passarono dall’occupazione nazista a quella titina comunista, fino all’annessione alla Jugoslavia, non poteva vivere senza essere italiano. E con tutti i mezzi, treni bestiame, carri agricoli, gambe, navi, cercò di raggiungere Trieste, Ancona, Torino, la stessa Taranto: con il peccato di italianità e presunto fascismo nella terra natia; il peccato di essere un profugo, considerato a torto un “bandito giuliano” venuto a rubare il lavoro, nella nuova Italia del dopo guerra. Il sorriso ed il magone dell’archivista, dell’inizio e del finale, corrispondono alle emozioni dello spettatore, guidato in tutto questo periodo buio con la leggerezza dei dialetti, il realismo dei video d’epoca, la crudezza delle vere fonti documentarie su pagine di storia finite nei libri scolastici troppo tardi, la poesia delle canzoni (Magazzino 18, Il cimitero degli oggetti, Non dimenticare). O, ancora, i successi di Sergio Endrigo, esule di Pola, “Io che amo solo te”, e “1947” capaci di far cantare, senza il “la” del maestro, la sala intera. Fino ai momenti di teatro canzone, ad esempio il ghiacciante “Dentro la buca”, su una tra 1700 foibe, dove avveniva la pulizia etnica degli italiani, non riusciti a fuggire. In una zona di confine, già mosaico multietnico fragile e critico durante la guerra, scenario della strage di Vergarola nel 46, quando esplosero mine su una spiaggia, itinerario di stermini di massa di famiglie intere nelle fosse comuni delle cavità carsiche nell’immediato dopoguerra. Si narra la storia dal punto di vista degli individui, prima dell’esodo, durante l’esodo, nei campi profughi, insieme alle motivazioni di rimasti, disillusi e controesodo. La matriosca è metafora di ricerca di aneddoti e “marcio” senza fine. La prospettiva è di chi ha perso le sue radici e la sua vita: Ferdinando, con le sue sedie nel Magazzino 18; Domenico, postino infoibato; Norma, violentata ed infoibata. E tanti altri, fieramente italiani.

Cantava, come tutti, “Io che amo solo te”, di Sergio Endrigo, perché i polesi l’amavano molto. E non perché all’autore attribuissero convinzioni politiche o cose del genere. Eugenio Gòlia assiste a “Magazzino 18” con gli occhi lucidi e si confida. A 6 anni, nel ’47, lasciò Pola, convinto di aver fatto il viaggio con il famoso cantante conterraneo: «Sono commosso. Ho ricordato la paura dopo Vergarola, il finimondo. Avevo 5 anni. A Taranto, sono stato nel campo profughi di città vecchia, all’ex Banca d’Italia, sulla ringhiera, 11 anni. Mille famiglie negli stanzoni, con le coperte. Tanti emigrarono in America ed Australia».

Fu la Croce Rossa Italiana, nel ’43, a nasconderle in una famiglia di contadini di San Daniele del Friuli. Silvia Manzi, e sua sorella Maria, avevano 6 e 2 anni. Rimasero lì due anni, prima di essere ritrovate dal padre, militare. Nei treni merci, ci hanno trascorso molto tempo, l’ultima volta da Udine a Taranto: «Alla stazione di Udine – racconta Silvia – c’era un grande magazzino, con paglia, coperte. Le crocerossine distribuivano tazze di latte ai bambini». Arrivarono a San Vito: «Uno zio emigrò in America. L’altro finì in un campo profughi. Non si trovava bene e tornò in Jugoslavia. Questa storia, i giovani devono conoscerla». Un mormorio di ricordi, nella sala dove una signora rievocava quando ha vissuto alla Casa del Fanciullo di Martina ed al campo profughi in zona Croce, 14 anni: «Ci consideravano ladri. Non ci accettavano. Come non accettavano i miei fratelli in Australia. Emigrarono vendendo tutte le cose portate via da casa. Mia sorella, l’ho vista una volta in 60 anni. Un fratello è mancato senza poterlo vedere. Avevano la valigia di cartone e lo spazzolino». Esuli ed emigranti, senza più radici dove tornare.

Magazzino 18, le masserizie. TaTA' di Taranto. Foto Studio Renato Ingenito by Angelo Ingenito (http://www.fotografiaingenito.it/)

Magazzino 18, le masserizie. TaTA’ di Taranto. Foto Studio Renato Ingenito by Angelo Ingenito (http://www.fotografiaingenito.it/)

Quando hanno deciso di portare in un teatro di Taranto lo spettacolo “Magazzino 18”, forse non pensavano di riempire il TaTA’ e regalare a Simone Cristicchi una “standing ovation” ed a diversi discendenti di esuli, unitamente ad amanti del teatro canzone, una grande emozione e groppo in gola. Luigi Sizzi, sua moglia Fulvia Siscovich, i figli, hanno venduto i biglietti con il passaparola perchè volevano riempire la sala con chi la storia dell’esodo l’aveva vissuta. A novembre, hanno riattivato un comitato legato all’Anvg, associazione di esuli nata nel dopoguerra, con i primi 30 iscritti. A Taranto, arrivarono centinaia di esuli, cercando lavoro nei cantieri navali. C’erano tre centri di accoglienza: l’Ausonia, in zona Croce; un palazzo sulla ringhiera di città vecchia, di assistenza postbellica; un villaggio a San Vito; ed altri accampamenti, pare, sparpagliati a Martina Franca ed in tutta la provincia. La famiglia Sizzi era di Pola, solo i figli più piccoli nacquero a Siracusa e Taranto. «Io fui fortunato – racconta il signor Luigi – mio padre giocava con la Triestina. Sono nato a Siracusa. Uno zio visse nel campo profughi di città vecchia e poi nelle case di via Galeso, nei pressi della Centrale del Latte. Lo Stato ha capito di avere un debito. La seconda guerra mondiale l’ha pagata solo la gente dell’esodo. I nostri cari morti sono stati riconosciuti. Sono nati in Italia e con l’esodo lo hanno dimostrato. Alcuni sono rimasti a Pola. La famiglia di mio padre andò via. Non vogliamo entrare nella politica. Né neri, né rossi, i nostri hanno fatto l’esodo perché si sentivano italiani». Dopo aver visto lo spettacolo a Pola a dicembre, hanno apprezzato la bravura di “raccontare in punta di piedi un pezzo di storia, nascosta, delle foibe”. La signora Fulvia è nata a Pola, con origini monfalconesi e così spiega il valore dello spettacolo: «Ricorda la storia della nostra gente e chi pur di rimanere italiano ha dovuto lasciare Pola. Ci ha fatto piacere, dopo 70 anni di silenzio. Solo pochi negazionisti hanno fatto rumore. La gente ha capito». Simone Cristicchi, intervistato dietro le quinte, ha provato a spiegare, a modo suo, perchè le comunità di discendenti lo sostengono: «Dopo tanti anni, viene messo in scena un dramma silenziato in modo oltraggioso dalla politica, con la voglia di nascondere la storia. E quando un artista di fama nazionale decide di impugnare questa storia e fare uno spettacolo così, per loro è una grande gioia. Io narro le loro vicende, rivolgendomi ad un pubblico vasto. Lo spettacolo ha avuto picchi di ascolto in seconda serata in tv. Loro erano abituati ad essere parcheggiati in terza serata. Questa, è una storia importantissima, tutti devono conoscerla. Uno strappo. Una regione italiana costretta all’esodo». Nelle zone di confine, a Trieste, nel Friuli, o a Torino, con tante comunità di esuli, c’è stato tanto calore: «In tutta l’Italia, fino all 44ª replica di Taranto, dovunque abbiamo trovato esuli, migliaia e migliaia. L’argomento in se ha incuriosito tutti. Però, loro, vedono la loro storia “rispettata”, come si deve fare, senza omettere nulla. Parlo del passato, rivolgendomi al presente. L’esodo istriano è una metafora delle fughe di oggi, da guerra, fame, povertà, odio razziale». Visitò il Magazzino 18 quando stava lavorando a “Mio nonno è morto in guerra”. E, come l’archivista “Persichetti”, questa storia ha deciso di raccontarla.

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