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Uno “Zio Vanja” tragicomico nell’allestimento di Marco Bellocchio all’Orfeo di Taranto

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Piergiorgio Bellocchio e Sergio Rubini

 

Seconda fila in galleria del Teatro Orfeo, con vista su “Zio Vanja”, testo originario di Anton Cechov, drammaturgo dell’800, russo, adattamento e regia di Marco Bellocchio. Prima o poi, un classico della prosa, del genere, va visto. In questo caso , mi è capitato in occasione della stagione di prosa del Comune di Taranto, in collaborazione con il Teatro Pubblico Pugliese. Non posso paragonarlo con nessun allestimento del passato, e non ho mai letto il dramma. Quindi, il mio, è un battesimo e potrei definirmi come la spettatrice di un classico visto con gli occhi ed i punti di vista del 2014. Innanzitutto, la conferma mi è arrivata chiacchierando con l’attore, Renato Forte, ed il mitico Sabino Dioguardi, già nella proprietà del Teatro in passato, grande cultura teatrale: il lavoro allestito, presentato a Taranto l’8 e 9 gennaio, ha rispettato i canoni della prosa tradizionale, salvo alcune sfumature.

Quelle virgole e sfumature ho provato ad immaginarle. Il regista cinematografico a quanto pare realizzerà un film su “Zio Vanja”, e forse sta incominciando a sondare le reazioni del pubblico con un percorso inverso: prima il teatro/set ispirato alle masserie pugliesi pare; poi il film, presto in lavorazione. Una strategia culturale interessante ed insolita. Lavorando in simbiosi con Giovanni Carluccio, ha pensato a scene essenziali, in legno, effetti sonori e di luce – nei due atti ed in tutto quattro quadri scenici – dove le musiche di Carlo Crivelli entravano nella storia timidamente come sottofondo della meditazione dei personaggi.

Nel primo atto, il palco è tutto di Sergio Rubini, nei panni di questo depresso e frustrato Zio Vanja, ex proprietario terriero finito in disgrazia e divenuto tenutario di una vecchia dimora famigliare. Tutto ruota intorno ai suoi sfoghi sarcastici sul conformismo della sua epoca, capace di bollare come stravaganti i creativi e promettenti geni incompresi.

E nella mia mente frullavano gli slanci polemici di tanti valenti talenti della nostra epoca lasciati ai margini del loro “tempo”.

Non cala mai l’attenzione. E grazie alla sua presenza scenica, si ascolta, ci si immedisma e si pensa ai rimpianti dell’esistenza ed alle occasioni sfuggite o sfuggenti.

A scuotere l’immobile landa, forse pugliese, forse russa, sicuramente isolata, arriva il vedovo, risposato con Elena (Lidiya Liberman) della sua defunta sorella, divenuta, grazie ad un suo sacrificio, unica proprietaria, quando era in vita.

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Arriva Herr Professor irrompendo nella platea

 

Al suo tentativo di sminuire i diritti della loro figlia, Sonja, (Anna Della Rosa) cercando di vendere la tenuta, lo Zio Vanja reagisce con rabbia tragicomica, cercando di sparare contro Herr professor, Alexandr Serebrijakov, alias Michele Placido.

Vissuto come gesto di follia, è solo il prologo del ritorno ad una avvilente normalità cristallizzata.

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In piedi, Michele Placido

 

 

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Nella storia, un altro personaggio, il dottor Astrov, (Piergiorgio Bellocchio), entra con lo scopo di provocare e spezzare cuori: di Zio Vanja, il quale lo vede praticare l’infedeltà, alla quale lui stesso ambiva, con la bella Elena; e Sonja, innamorata e non corrisposta. Un personaggio di disturbo, interpretato forse con toni troppo enfatici, rispetto al realismo della situazione.

Quando è il personaggio chiave di Zio Vanja/Sergio Rubini, a dominare, nel primo atto, quasi non ti accorgi delle capacità attoriali del resto del cast.

Quando è il resto del cast a dover catturare l’attenzione del pubblico, qualcosa stona e non convince pienamente, disperdendo le emozioni di alcune scene, miranti originariamente ad un forte impatto amaro e severo sullo spettatore, ed invece scivolate via, innocue, come è capitato con il bacio fedifrago tra Elena ed il dottore.

Un solito Rubini ed un solito Placido, a questi protagonisti del dramma di Cechov conferiscono: in un caso una connotazione più tragicomica dell’originale, lasciandoci con il quesito aperto su una eventuale scelta registica, sull’improvvisazione dell’attore, o su un inevitabile incidente interpretativo laddove il pathos sfocia in emozioni quasi farsesche, nel finale; nell’altro, una burbera e rassicurante interpretazione.

Lo spettacolo è bello o brutto? Lo spettacolo è un chiaroscuro, come la vita di ogni essere umano, tra luci abbaglianti ed ombre opache compresse tra successi, rimpianti e rimorsi. 

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Applausi più sentiti per Sergio Rubini