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Ripensando ai “Venticinquemila granelli di sabbia”, ai giorni del sequestro preventivo dell’area a caldo dell’Ilva, alla ricerca di alternative un tempo ossatura dell’economia di “Taras”

Un agosto diverso dal solito questo del 2012. Nell’anno della fine del mondo, forse del mondo come l0 abbiamo vissuto, conosciuto, maltrattato, fino ad oggi, non dovremmo meravigliarci così tanto. A volte, ho proprio la sensazione che questa annata rappresenti uno spartiacque socio-culturale, un punto di non ritorno, di rottura, di impatto insostenibile. Taranto sta vivendo un assaggio di questa fine, percepito come una catastrofe da alcuni, come una speranza di rinascita da altri. L’opinionismo qualunquista, comodo, in poltrona, a distanza di sicurezza, ritiene erroneamente che tutta la comunità di Taranto tema la chiusura dell’Ilva del gruppo Riva, sottoposta a sequestro preventivo dell’area a caldo per disastro ambientale e doloso, ed avvelenamenti voluti e non casuali come potrete approfondire in questo file:  http://www.fileden.com/files/2012/8/7/3334437/ilva%20sentenza%20riesame.pdf  (fonte, Nuovo Quotidiano di Puglia.it).

Se facessimo un po’ di conti, scopriremmo che almeno 100/150.000 residenti non vivono di acciaieria ed indotto, magari di più, ed anzi si vedono anno dopo anno togliere le alternative al comparto siderurgico, la mitilicoltura, l’allevamento, l’arte casearia, l’agroalimentare, la pesca, il turismo, l’artigianato, la cultura di quella Taras magnogreca, capitale della Megàle Ellas, tra ceramiche ed ori, dove ogni anno c’è un longevo Convegno di Studi Internazionale sulla Magna Grecia, in virtù di quel ruolo di fondazione spartana. E, oltre a questo, si vedono togliere il diritto alla salute, danneggiata e cagionevole sempre di più una generazione dopo l’altra, a causa delle mutazioni genotossiche. La filosofia del “divano” porta con semplicismo superficiale ad argomentazioni del tipo “Non c’è alternativa, si blocca tutto l’acciaio, non c’è altro da fare”. E sono i punti cardine del ragionamento della città sacrificale, nella quale Taranto è stata trasformata nel dibattito collettivo. L’Ilva ha violato le leggi, ha inquinato, ha avvelenato, e non occorre che ce lo confermi un Gip, coraggiosa come Patrizia Todisco, o un Tribunale del Riesame, perchè i tarantini lo sanno, lo vivono, lo sentono, lo toccano, lo respirano questo veleno. Un veleno capace di intossicare le coscienze di chi vuole far sentire scomodo ogni cittadino con un dignità ancora in grado di indignarsi e pretendere rispetto.

Un senso di repulsione particolare io lo sto provando da quando ho appreso come nelle intercettazioni si parlava della stampa, da pagare, tutta, alla quale tagliare la lingua. E mi auguro, qualora dovessero venire fuori i nomi dei giornalisti corrotti, di assistere a provvedimenti esemplari. Perchè faccio parte di una generazione di giornalisti, sopra i 30, sotto i 40, cresciuta con il senso dell’etica e della legalità, rimasta ai margini di un universo di “furbi” (…quell’aggettivo sgradito al presidente del Consiglio in carica, Mario Monti) molto più propenso a premiare marchette e servilismi, e meno forza d’animo, senso della missione ed integrità morale. E questo mi fa ritenere ancora più inaccettabile l’idea della manipolazione dei contenuti dei mass media in base ad una strategia funzionale a questo disastro ambientale doloso nel quale ci sto in mezzo io, con i miei affetti, ed i miei lutti. E, già, una nata a Taranto, se non ha il conforto dell’emigrazione, deve scegliere da che parte stare, ed io l’ho fatto. Sto con i magistrati, gli ambientalisti, i mobbizzati dell’acciaieria e dell’indotto, gli ammalati, tutti ugualmente vittime di questo sistema.

A leggere la sentenza del riesame con i riferimenti a quelle polveri ferrose, bruno rossastre alle quali siamo tutti drammaticamente e fastidiosamente abituati a seconda di come soffia il vento, mi è tornato in mente un lavoro di teatro civile, di Alessandro Langiu, su quella polvere rossa….in “Venticinquemila granelli di sabbia”. Mi emoziona sempre questo atto unico….ho trovato un estratto su youtube.

E, quindi, chi è cresciuto con queste sollecitazioni culturali, questi inviti al risveglio collettivo, può rassegnarsi? Forse disperarsi se le cose vanno male, ma non rassegnarsi.

Ad Anders Golding, medaglia d’argento nello skeet, l’atleta che alle Olimpiadi ha dedicato la sua vittoria all’Ilva perché ha potuto allenarsi nel poligono di tiro della fabbrica, direi “Ma perché non ti fai promotore di un centro olimpico di skeet a Taranto nell’era del dopo Ilva ?”.

Alla Marina Militare, piena di medaglie nella canoa, direi, “perché quegli sporgenti in una illusione visionaria non potrebbero diventare luoghi di allenamento per atleti?”

A Confcommercio e Coldiretti, Confederazioni artigiane, direi di continuare su quella strada, della diversificazione, con esempi veri.

(fonte Cantiere Taranto: www.cantieretaranto.it/1848/la-citta-taranto/confcommercio-coldiretti-e-c-l-a-a-i-necessario-andare-oltre-la-grande-industria.html

Su twitter in questi giorni si dibatteva sulla pessima rete ferrata in Basilicata, in assenza di aeroporti, beh a Grottaglie ce n’è uno, all’apice della Magna Grecia rivolta al tempio di Metaponto o alla colonna di Crotone, senza dimenticare Sibari. Tante idee potrebbero sorgere legate ad airbus, terminal, parcheggi di interscambio. E chi lo sa.

Economisti, progettisti, fate liste di idee realizzabili….

2 thoughts on “Ripensando ai “Venticinquemila granelli di sabbia”, ai giorni del sequestro preventivo dell’area a caldo dell’Ilva, alla ricerca di alternative un tempo ossatura dell’economia di “Taras”

  1. Ciao Francesca, sono tuo follower su twitter da qualche giorno, e non posso che apprezzare questo tuo blog: lucido, onesto, ARDIMENTOSO. Si, ardimentoso, perchè ci vuole ardimento, parola antica che mi piace rievocare per la sua ricchezza di significato, soltanto per esprimere una opinione libera e non vincolata, in questo nostro Sud, dove tutto sembra stabilito a priori da entità estranee, rapaci, ostili. Ma il tuo blog è l’ennesima conferma del fatto che ormai il movimento d’opinione nato nella rete sta crescendo come una rigogliosa foresta, per propagazione naturale. Sto seguendo con molto interesse la vicenda Ilva ( abito a 40 km circa), e ti dico che sono completamente d’accordo con te: l’Ilva va chiuso, perchè è come un cancro che fa spegnere lentamente vite ed economia locale, poichè, se da una parte fa campare migliaia di famiglie, con la sua presenza impedisce a forse altrettante famiglie di intraprendere altre attività possibili, quali il turismo, o la mitilicoltura, come tu scrivi.
    Forza, e…sempre avanti!

    • Il tuo commento così analitico, mi conforta sul fatto che si possa dire o scrivere qualcosa di sentito, ed essere letti, ascoltati, suscitare una meditazione, qualunque essa sia. Bisogna tornare a pensare e farsi un’opinione. Non sono più i tempi dell’equidistanza, non possiamo più permettercela. Ha gelato le coscienze. Si comunica per raggiungere qualcuno e creare uno scambio di informazioni per lasciare tracce di se migliori, più chiare. Un post di un blog, come un programma alla radio, quando non c’erano le telecamare puntate negli studi a snaturarne il senso. Grazie anche a te. C’è chi chi comunica, chi ascolta, rilancia. Si chiama dialogo e funziona se c’è scambio. Su twitter hai scelto “Rodolfo Valentino” come foto del tuo profilo. Ho capito. Chissà perchè!? Ho visto spezzoni di film nelle rassegne curate da Leo Pantaleo, suo estimatore. Buona Giornata.

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